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Chef Rubio è diventato un supereroe. Uno pop, come Enzo Ceccotti (Jeeg Robot), che affronta temibili avversari ben vestiti contando su un superpotere molto particolare…

«Nel XI secolo, un doge veneziano sposò una principessa greca nella cui cerchia – bizantina – le forchette erano evidentemente già in uso. Infatti, apprendiamo che essa portava il cibo alla bocca mediante piccole forchette in oro a due rebbi. A Venezia ciò suscitò un tremendo scandalo: tale novità parve un segno di raffinatezza talmente eccessivo che la dogaressa fu severamente disapprovata dai preti, i quali invocarono su di lei la collera divina. Poco tempo dopo fu colta da una malattia innominabile, e san Bonaventura non esitò a dichiarare che era stato un “castigo di Dio”. Ci vollero ancora cinque secoli prima che la struttura dei rapporti umani mutasse al punto da far sentire l’uso della forchetta come un’esigenza generale.»

Norbert Elias, Il processo di civilizzazione

Invecchiato e ruvido, lo Chef Rubio del futuro se ne sta solo su una spiaggia a raccogliere telline. Inizia così, con uno dei cliché più ricorrenti del fumetto eroico, il film tv Unto e bisunto – La vera storia di Chef Rubio, il lungometraggio che colma la lacuna lasciata su DMAX dal cuoco di Frascati. Naturalmente quando c’è di mezzo Chef Rubio – e soprattutto Pesci Combattenti che produce – la locuzione “vera storia” assume un significato piuttosto elastico: non c’è da aspettarsi un documentario, né tanto meno il biopic su un personaggio televisivo che deve ancora farne di strada prima di poter essere interpretato da Beppe Fiorello.

La chiave è palesemente fumettistica: si parla di un supereroe che ha perso i suoi poteri e si è ritirato a vita privata, esattamente come successo a Superman (ricordo una splendida serie DC Comics disegnata da Alex Ross) e in diverse occasioni cinefumettistiche sia a Spiderman che a Batman (e chissà a quanti altri). Insomma, Rubio è in ottima compagnia. E non è un caso: Unto e bisunto, lasciando in secondo piano ricette e sfide culinarie, sembra pensato per cucire definitivamente l’aura di supereroe pop addosso a Gabriele Rubini. Per consentirgli di non restare troppo invischiato in un meccanismo di sfide rituali che ormai risultava un poco stantio.

Potremmo dire che Chef Rubio sta a Carlo Cracco come Enzo Ceccotti sta a Clark Kent e interrogarci su quali superpoteri disponga il primo. Il film racconta il fantomatico “palato assoluto”, ovvero la capacità di riconoscere gli ingredienti che compongono un piatto al solo assaggio. L’idea è simpatica, ma la realtà è diversa: la grande forza del Nostro sta nello storytelling, nell’essere il cardine di un prodotto di gastronomia televisiva totalmente fuori dagli schemi, privo degli elementi che caratterizzano un po’ tutta la miriade di programmi di cucina. Non ci sono sacerdoti della verità mantecata né sfide a tempo fra concorrenti armati di lacrime. Non ci sono patinate cucine di marzapane né utensili dai nomi di fantascienza (ma a cosa accidenti serve un sifone in cucina?). Chef Rubio è il contastorie popolare della narrativa del mangiare, in un programma che fa del mangiare il suo focus. Il mangiare come prodotto quotidiano e come atto di genuina naturalezza. Un mangiare con le mani che respinge la contaminazione culturale della forchetta come rifiuta la liturgia su cui sono basati tutti gli altri programmi di cucina.

Norbert Elias avrebbe non pochi problemi a collocare Chef Rubio nel processo di civilizzazione. Potrebbe ancora considerare le cattive maniere come il segnale di un’involuzione della civilizzazione o le interpreterebbe come il rifiuto dell’artificiale, dell’esasperazione estetica di un atto naturale come il nutrirsi? Non lo sapremo mai. Ma sommersi da questa ondata di cibo di plastica, noi continuiamo a seguire affettuosamente questo supereroe dei Castelli, araldo della porchetta e cultore del buon mangiare.

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